8.4.20

Forza Italia!


Grazie mille à Marina Valensise pour cet article conséquent dans le supplément week-end du quotidien italien Il Foglio (6-7 mars 2020). 

IL DANDY DISPERATO
La creatività, il lusso, la droga e quella costante narrativa del suicidio. Il mito del dadaismo francese, Jacques Rigaut, in una nuova biografia

Rigaut all’epoca era un ventenne di belle speranze, traumatizzato dalla guerra e dalla scomparsa di un amico fraterno, e già dedito al consumo di cocaina. Studiava Legge, ma lavorava come segretario del pittore Jacques-Emile Blanche, il famoso ritrattista di Proust e delle grandi glorie culturali del secolo, che gli farà da mentore e introducendole nel bel mondo e trattandolo come un figlio. Rigaut l’aveva stregato. Bello, elegante, spiritoso, assisteva il pittore-scrittore nella redazione di articoli e saggi, e si divertiva a porre domande assurde ai tanti frequentatori del suo mondanissimo salotto: “Perché ha un cappello a forma di pera”, domandò un giorno a André Gide. E un altro giorno a Paul Valéry: “L’influenza dell’insalata di barbabietole sulla sua prosodia ha più importanza di quella di lattuga?”. Simone Kahn, sua compagna di università e grande amica, nel 1916 riceverà una bellissima lettera dove Rigaut si firmava “A vous sans adverbe”, e grazie a lui finì per fidanzarsi e poi sposare André Breton. Con lei, Rigaut era entrato nel giro degli artisti d’avanguardia con cui bazzicava al cafè Certà e al Boeuf sur le Toit, coltivando le esperienze Dada da quando Tristan Tzara era sbarcato a Parigi in casa di Francis Picabia e fino alla rottura con Breton nel 1922.
E infatti un’altra foto iconica lo ritrae appeso a testa in giù a una scala, in cima alla quale c’è Soupault che lo tiene dai piedi, mantenendosi in precario equilibrio con una bicicletta in braccio, mentre André Breton, René Hilsum, Benjamin Péret, e il pittore russo Serge Charchoune sorridono in posa accanto a loro. E’ il 3 maggio 1921, giorno del vernissage della mostra di Marx Ernst al Sans-Pareil. Freddo, distaccato, capace di humour nero, Jacques Rigaut era un dadaista nato. L’uomo che sula rivista Action si sarebbe dato un ruolo profetico – “Grimpé sur mon piano, je suis l’Antéchrist coiffé d’un entonnoir de gramophone” – s’era ritrovato naturalmente al centro del movimento dadaista e in un ruolo essenziale, pur non volendone esercitare alcuno. In quell’immagine del 1921 c’è l’essenza della sua breve esistenza: la resistenza passiva opposta alle forze del reale, il completo rovesciamento di prospettiva, la forza di riflessione dove l’intuizione prevale sulla conoscenza, l’estrema facilità con cui liberarsi, senza sforzo, di una situazione vincolante… Ma chi era questo genio sorgivo, questa meteora che avrebbe segnato le esperienze più fondamentali dell’arte del Novecento?
Era nato il penultimo giorno del penultimo anno del Novecento, in una famiglia borghese, anzi piccolo borghese, che detestava e lo detestava. E qui il biografo Bitton, grazie alle sue indagini, ci regala indiscrezioni al fulmicotone, rivelando come il giovanotto fosse il secondogenito di una coppia disfunzionale, venuto al mondo due anni dopo un primo figlio, che era il suo perfetto contrario, brutto, malaticcio e dal fisico ingrato, mentre lui era una specie di adone, smilzo, elegante, sinuoso. Sua madre è una ragazzina di grandi pretese, figlia di un ricchissimo uomo d’affari che un anno dopo le nozze della figlia muore suicida per un rovescio in Borsa. Il padre di Rigaut invece, disprezzato dalla moglie che lo guardava dall’alto in basso, è un ex commesso di merceria che ha fatto carriera come ispettore al Bon Marché, il grande magazzino della Rive gauche, dove la famigliola troverà casa in un bel palazzo al n.14 di Boulevard Raspail. Amante del bello, il padre di Rigaut era un esteta che girava con un bastone dal pomo d’oro, vestiva con cura e tradiva nei segni esteriori un feroce appetito di riscatto sociale. Il fatto è che aveva natali complicati. Era infatti il secondo figlio di una povera ricamatrice entrata a servizio del nipote del grande naturalista Geoffroy Saint-Hilaire e da lui ben presto ingravidata, ma costretta a connubio segreto e parallelo in costanza del legittimo matrimonio. Di che nutrire complessi per generazioni. Forza dell’atavismo, Jacques Rigaut nato nel 1898, oltre all’ansia di legittimazione, portava in sé i geni dell’intelligenza metodica, calma, fredda e riflessiva dell’illustre avo, mostrando la stessa l’attenzione alla precisione, lo stesso gusto asettico per la tassonomia.
A scuola, all’inizio, andava benissimo. Setacciando gli archivi del liceo Montaigne come un segugio, il suo biografo ha scoperto una serie di premi di eccellenza, in francese, in latino, in matematica, oltreché i nomi dei compagni di scuola, fedelissimi della prima ora come René Chomette, alias René Clair, il futuro regista, amico intimo e rivale in amore all’epoca in cui i due liceali sedicenni competevano per carpire in esclusiva i favori di un’attrice di teatro sessantenne. E poi c’era la sua passione, Maxime François-Poncet, figlio di un consigliere di Corte d’appello e fratello del futuro ambasciatore a Berlino e a Roma. François-Poncet, come Rigaut, partirà anche lui volontario in guerra, dopo la battaglia della Somme – un’ecatombe per quasi un milione di francesi. Maxime, colpito alla carotide da una granata, morirà ai primi di giugno del 1918, lasciando l’amico nella costernazione: “Max est tué. La chose est monstrueuse, révoltante, incroyable. Je suis effrondré, je ne sais plus de quel coté me tourner. Il est probablement irremplaçable et en tout cas ma vie était arrangée avec la sienne, parallèlement. Je suis absolument sans courage”. Il colpo è grave. Con lui Rigaut perde non solo un fratello, ma una guida e un complice. E’ allora che, disperato, il giovane allievo della scuola ufficiali abbandona l’entusiasmo e inizia a farsi di coca per anestetizzare il dolore. Esperienza comune a una generazione di grandi spostati, che si affacciano alla vita entrando in trincea, e sopravvivono alla guerra schivando colpi dei mortai e corpi devastati. “J’allais à la drogue comme un rendez vous avec une femme”, confesserà anni dopo Jacques Rigaut. Ma intanto, il male è fatto. E per uscire dalla disperazione non basta la droga, ci vuole la scrittura.
Nel 1920 Rigaut legge il manoscritto di “L’Invitation au suicide”, trattato di Soupault mai pubblicato, e annuncia al suo mentore Blanche di aver trovato il modo di iniziare a scrivere qualche pagina. Abbozzi che il suo biografo riesuma pietosamente dagli archivi manoscritti mostrando come l’ossessione del suicidio, prima che una vocazione, fosse una costante narrativa da esplorare in tutte le sue pieghe. “Mon livre de chevet, c’est le revolver”, replicherà Rigaut a Soupault, una sera che gli chiedeva cosa stesse leggendo. “Era un compagno molto allegro soprattutto di sera e di notte. Eppure, senza che degnasse confessarlo, attraversava dei periodi di tristezza. E allora parlava della rivoltella che teneva sul comodino”, poveri più miserabili, e gli ebrei più numerosi. I miei amici mi aiutano moltissimo, fanno a gara perché non mi senta isolato. Il mio richiederà tempo, ma io non mi scoraggio”. Intanto però si dà da fare. Pubblica su una rivista d’avanguardia, con copertina di Max Ernst, una nuova serie di aforismi sul tema del riso; si propone come agente transatlantico a Jean Cocteau e inizia a frequentare l’High newyorchese, grazie a un’eccentrica decoratrice d’interni, Elsie de Wolfe, cinquantenne che vive more uxorio con Elisabeth Marbury, una ricca ereditiera trentenne – fra l’altro agente di Oscar Wilde, George Bernard Shaw e di Victorien Sardou. Passa un anno e Rigaut capisce che gli americani non hanno granché da fare con la letteratura. Meglio cambiare lavoro, e magari passare alla pubblicità. “New York è una città meravigliosa”, scrive sempre a Blanche, “meravigliosamente ridicola e a volte meravigliosamente meravigliosa. E poi la volgarità. Troppo difficile da descrivere in una lettera. Il periodo delle scoperte per me è terminato, ma nei primi quindici giorni ho goduto di un’eccitazione che la mia età matura o la mia giovinezza non mi permettevano più di sperare”. Non sa ancora che gli restano solo altri tre anni da vivere.
Nel 1926, finalmente, riesce a sposare a New York Gladys Barber, trentaquattrenne americana, madre di quattro figli, conosciuta due anni prima a Parigi dove era venuta a divorziare dal ricchissimo marito, proprietario dell’omonima compagnia di navigazione. Ma il matrimonio, dopo la luna di miele a Palm Beach e Cuba, si schianta rapidamente fra inutili lussi sibaritici, viaggi in Europa e abuso incontrollabile di alcol e droga. Troppo sensibile per lasciarsi aggiogare da una miliardaria, troppo delicato per convivere con un’americana. Rigaut il dandy squisito e naturaliter dadaista, vivrà la sua discesa agli inferi con la stessa disarmante indolenza con cui aveva affrontato la sua ascesa mondana. E all’alba di un giorno di novembre del 1929, con estrema precisione balistica, si spara una pistolettata al cuore, mettendo fine ai suoi giorni in un casa di cura di Chatenay-Malabry.
business Bohemia
Rigaut, l’ispiratore dei due capolavori, era un tipo tutt’altro che tragico. Bello “da mozzare il fiato”. Philippe Soupault e Man Ray
La scuola, e poi la guerra, la morte dell’amico. E’ allora che, disperato, abbandona l’accademia ufficiali e inizia a farsi di coca
ura.

7.4.20

Sacres de printemps


Parmi ses sacres d'un printemps 2020 confiné, pour le magazine Pleine Vie (tiré à 900 000 exemplaires) l'ami Olivier Barrot a choisi la biographie de Jacques Rigaut, un "portrait parfaitement abouti" selon ses dires. J'en rougirais presque.

1.3.20

Revue de presse (suite et fin?)


Dans la famille Guégan, le père m'avait attribué un 19 sur 20 dans sa chronique sur Radio libertaire, aujourd'hui c'est le fils qui m'accorde sa bienveillance.   



Niche Meme


Le "Niche Meme" de Jacques Rigaut réalisé par la directrice artistique Aurélie Joly

20.2.20

Entretien

Entretien avec Jean-Luc Bitton - (Jacques Rigaut - Le suicidé magnifique, Gallimard, Octobre 2019)


- Jean-Luc Bitton, Jacques Rigaut - Le suicidé magnifique, Gallimard, Octobre 2019, 720 p., 35 €
I

Parutions.com : Votre biographie sur Emmanuel Bove est parue il y a 25 ans. Quel chemin littéraire avez vous entrepris pour produire ce monumental travail sur Jacques Rigaut, peu en rapport (voire, à l'opposé) avec l'auteur de Mes Amis ?

Jean-Luc Bitton : Je ne pensais jamais réitérer une entreprise biographique tant la tâche est ardue, d'autant plus qu'il s'agissait pour Bove comme de Rigaut, d'une première biographie. Vous êtes la deuxième personne à me faire remarquer qu'un quart de siècle sépare ces deux biographies. L'élément déclencheur qui m'a poussé à me lancer dans ces folles aventures a été le cinéma. Pour Bove, ce fut Wim Wenders que j'avais découvert avec son film "Au fil du temps" et qui dans un entretien citait Emmanuel Bove, comme un auteur qu'il aimerait adapter au cinéma. Je me suis alors plongé dans l'œuvre de Bove pour laquelle j'ai eu un coup de foudre, puis j'ai commencé à faire des recherches dans le but de réaliser un documentaire. Je n'ai pas réussi à trouver le financement pour ce projet, qui s'est fait plus tard dans la formidable série "Un siècle d'écrivains" du regretté Bernard Rapp. Entre-temps, j'avais rencontré le comédien et dramaturge Raymond Cousse, qui bataillait chez Flammarion pour faire rééditer l'œuvre de Bove. Avant de mettre fin à ses jours en 1991, Raymond Cousse m'avait fait promettre d'achever la biographie de Bove, dont il avait écrit le premier chapitre. J'ai rassemblé nos documentations et poursuivi les recherches. En 1994, je publiais la biographie de Bove au Castor astral.

Pour Rigaut, c'est le film chef-d'œuvre de Louis Malle, ''Le Feu follet'', qui m'a amené à lire Drieu, puis Rigaut. Deuxième coup de foudre, en découvrant les Ecrits de Rigaut rassemblés et édités par Martin Kay en 1970 chez Gallimard. 


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Vie et mort de Lord Patchogue
Jean-Luc Bitton   Jacques Rigaut - Le Suicidé magnifique
Gallimard - Biographies 2019 /  35 € -  / 706 pages
ISBN : 978-2-07-271322-4
FORMAT : 15,5 cm × 22,5 cm

Annie Le Brun (Préfacier)


. «Cette mort (le frère d’une amie), celle de Rigaut, en faisant preuve de la vie dangereuse, donnent à frémir. Et puis, ce sont toujours les plus purs qui se laissent prendre à ces jeux terribles.[…] Je ne croyais pas que ce qui fut notre jeunesse (gens et rêves) si vite s’effondrerait dans la mort». (René Crevel, Lettres de désir et de souffrance)

90 ans après la mort de Jacques Rigaut (1898-1929), Jean-Luc Bitton (né en 1959), co-auteur avec Raymond Cousse (1942-1991) d’une biographie définitive d’Emmanuel Bove, parue en 1994, rend un flamboyant hommage au dandy des années 1920. Jacques Rigaut est mort à 30 ans d’une balle qu’il s’est logée en plein cœur, seul dans sa chambre de la clinique La Vallée-aux-Loups de Châtenay-Malabry, le 6 novembre 1929, au retour d’une nuit bien arrosée. Il s'y trouvait pour une troisième tentative de désintoxication aux drogues dures qu'il consommait depuis sa prime jeunesse.

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19.2.20

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Le Point du jeudi 6 février 2020, n° 2476. 

RétroNews

Recension illustrée avec des coupures de presse de l'époque  sur "RETRONEWS", site de presse de la BnF dont je découvre l'existence.


Jacques Rigaut, dadaïste flamboyant et suicidaire


"Au sein de cette génération de jeunes gens qui ont connu l'enfer des tranchées, et d'où furent issues des personnalités aussi diverses que Pierre Drieu La Rochelle ou Louis Aragon, Jacques Rigaut fut l'un des plus radicaux et des plus avant-gardistes – des plus élégants, aussi.

Dans sa biographie très complète parue en octobre 2019, Jacques Rigaut, le suicidé magnifique, Jean-Luc Bitton retrace le destin de celui qui, par son humour absurde et sa sensibilité désabusée, fut volontiers décrit comme « dada avant Dada ». Né en 1898 à Paris, dans un milieu petit-bourgeois, Rigaut se porte engagé volontaire en décembre 1916 et part au front en 1918. Il restera sous les drapeaux jusqu'à la démobilisation, en 1919.

Après la guerre, il fréquente les milieux littéraires de la capitale, où son charisme, son humour et son audace lui valent d'intégrer le cercle des dadaïstes. Il publie un premier article, Propos amorphes, en 1920. D'autres textes vont suivre par brefs à-coups, notamment dans la revue Littérature, fondée en 1919 par Breton et Soupault. Y transparaissent, sous un humour volontiers cynique et une nonchalance pleine de séduction, un refus – ou une incapacité – de croire en quoi que ce soit. Le motif du suicide est déjà omniprésent, qu'annoncent des titres comme Agence Générale du suicide.

À la même époque, Rigaut se lie également avec l'écrivain Drieu La Rochelle, qui, fasciné par ce dandy désenchanté, va lui consacrer plusieurs textes. Publié en 1923, le premier, La Valise vide, est un portrait à charge des mœurs dissolues du jeune dadaïste."

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23.1.20

Let's go to Nîmes!


Le Point du jeudi 23 janvier 2020


Je vous donne rendez-vous à Nîmes ce week-end pour la remise du prix de la biographie 2020 décerné par le magazine Le Point, dans le cadre du Festival de la Biographie . J'espère qu'il y aura du champagne pour fêter ça...